A Roma tre percorsi accessibili verso la Porta Santa raccontano una nuova idea di città e di cittadinanza: è necessario uscire dalla logica per cui esistono soluzioni per ‘normali’ e soluzioni per ‘altri’: serve pensare direttamente per tutti.
di Sara Domenici
Nel cuore di Roma, dove milioni di passi si stanno muovendo verso San Pietro per il Giubileo 2025, qualcosa di invisibile ma decisivo sta cambiando. Non si tratta di grandi opere o restauri monumentali. È qualcosa di più sottile, ma profondamente rivoluzionario: tre percorsi accessibili, pensati per tutti. Non “anche per”, ma “per”. E la differenza è sostanziale.
Il progetto si chiama “For All”, e nella sua semplicità racchiude un’idea potente: rendere accessibile un’esperienza collettiva come il Giubileo non è un favore alle persone con disabilità, ma un impegno concreto per una società più giusta e accogliente.
L’accessibilità non come aggiunta, ma come fondamento
I percorsi – inaugurati il 1° luglio – partono da piazza del Risorgimento, piazza Pia e piazza Sant’Uffizio, per confluire verso la Basilica di San Pietro. Ad accompagnare i pellegrini, una segnaletica progettata per essere letta, vista, ascoltata e toccata, da chiunque.
Mappe visuo-tattili, impronte guida adesive, QR code con video accessibili in lingua dei segni, audio, sottotitoli, testi in linguaggio semplificato (Easy-to-Read) e in Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA): tutto concorre a un’unica finalità: comunicare, informare, orientare senza escludere nessuno.
È un cambiamento che parte dal linguaggio e arriva alla struttura della città. Un invito a smettere di pensare all’accessibilità come a un “adattamento” per qualcuno, e iniziare a considerarla un criterio di sviluppo per tutti.
Quando l’inclusione è visione politica
“È un progetto piccolo e grande al tempo stesso”, ha dichiarato il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri durante l’inaugurazione, “perché rende la segnaletica accessibile a tutti e costituisce un modello di comunicazione turistica e istituzionale”.
Ma non si tratta solo di segnaletica. L’iniziativa riflette un modello di città che riconosce i diritti prima ancora dei bisogni. E che si prende la responsabilità – come hanno sottolineato molti dei protagonisti del progetto – di non scaricare l’onere della comprensione sull’utente, ma su chi comunica.
Non un “servizio speciale”, ma un nuovo standard
Tra i volti di questo progetto c’è Camilla Capitani, ipovedente, da anni impegnata per rendere accessibili i musei di Roma, e oggi parte del gruppo che ha realizzato i tre percorsi.
“Questi strumenti – racconta – non sono utili solo alle persone con disabilità. Sono utili a tutti. A chi ha dimenticato gli occhiali, a chi non parla bene la lingua, a chi è disorientato. L’accessibilità è miglioramento della qualità della vita per l’intera collettività”.
Un tema che si riflette anche nelle parole di Monsignor Graziano Borgonovo, sottosegretario del Dicastero per l’Evangelizzazione: “Inclusione non significa solo costruire rampe, ma cambiare mentalità. Fare in modo che ogni persona possa partecipare davvero alla vita sociale”.
La sfida dell’estetica accessibile
Uno dei punti chiave del progetto è la sua capacità di coniugare funzionalità e bellezza. Ne è convinto Dino Angelaccio, esperto di accessibilità e ideatore del progetto:
“Accessibilità e design non sono opposti. Le opere possono – e devono – essere accessibili e anche esteticamente curate. È un punto cruciale che riguarda la dignità delle persone e la qualità dello spazio urbano”.
Gli adesivi calpestabili, che segnano i percorsi ogni cinque metri, sono un esempio perfetto: colorati, visibili, realizzati con i colori del logo del Giubileo della Speranza, diventano segni visibili di una città che guida senza escludere.
Questi elementi, oltre a garantire funzionalità, incarnano proprio quell’incontro tra estetica e accessibilità che rende lo spazio urbano accogliente per tutti, trasformando ogni passo in un gesto di inclusione e rispetto.
Lo stesso pensiero è condiviso dai suoi collaboratori che hanno contribuito all’ideazione del progetto: Miriam Mandosi, progettista per l’accessibilità al patrimonio culturale; Carlo d’Aloisio Mayo, esperto di comunicazione accessibile e graphic designer; Odette Mbuyi, esperta di progettazione inclusiva e multisensoriale. Il progetto ha inoltre ricevuto la supervisione di Suor Veronica Donatello, responsabile dell’Ufficio nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della CEI e Consultore del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.
Verso un’eredità permanente
Ciò che oggi è stato pensato per il Giubileo potrebbe – e dovrebbe – diventare prassi ordinaria nella progettazione urbana. È questo il desiderio condiviso da chi ha partecipato all’iniziativa: fare dell’inclusione una regola, non un’eccezione.
Come sottolinea Agostino Miozzo, responsabile dell’accoglienza per il Giubileo: “Non sono iniziative sporadiche. Sono passi culturali che fanno crescere tutta la società. E devono entrare nei processi strutturali, permanenti”.
Piccoli passi verso un futuro aperto
Il Giubileo della Speranza si fa occasione concreta per ripensare il modo in cui condividiamo gli spazi, le informazioni, i simboli. Non basta aprire una Porta Santa. Bisogna assicurarsi che chiunque possa davvero attraversarla.
Progettare per tutti non significa livellare le differenze, ma riconoscerle, valorizzarle e includerle nella visione di una società più giusta.
Una società in cui le impronte lasciate sull’asfalto di Roma non sono solo segni grafici, ma tracce di una nuova direzione.
Conclusioni
Questa trasformazione rappresenta più di una semplice innovazione tecnica: è un cambiamento culturale profondo che riconosce l’accessibilità come un diritto fondamentale. Non un extra da aggiungere, ma il fondamento su cui costruire una città e una società più giuste, dove ogni persona possa sentirsi accolta e protagonista.
Il progetto “For All” ci ricorda che l’accessibilità non è un’opzione, ma è il modo giusto di progettare il presente e il futuro. Una sfida che va ben oltre il Giubileo, un impegno permanente per pensare e realizzare spazi, informazioni e servizi che parlino davvero a tutti. Solo così, le impronte lasciate sull’asfalto di Roma diventeranno tracce di una nuova direzione, una strada di speranza e inclusione aperta a chiunque voglia attraversarla.








